ideazione originale Michéle Anne de Mey e Jaco Van Dormael
in creazione collettiva con Michèle Anne De Mey, Grégory Grosjean, Thomas Gunzig, Julien Lambert, Sylvie Olivé, Nicolas Olivier, Jaco Van Dormael
coreografia e NanoDanses Michèle Anne De Mey, Grégory Grosjean
diretto da Jaco Van Dormael
testo Thomas Gunzig
sceneggiatura Thomas Gunzig, Jaco Van Dormael
luci Nicolas Olivier
camera Julien Lambert
assiente alla camera Aurélie Leporcq
scenografia Sylvie Olivé assistita da Amalgames – Elisabeth Houtart e Michel Vinck
assistenti alla messa in scena Benoît Joveneau, Caroline Hacq
creazione suono Dominique Warnier
suono Boris Cekevda
manipolazioni e interpretazione Bruno Olivier, Gabriella Iacono, Pierrot Garnier
costruzione e accessori Walter Gonzales, Amalgames – Elisabeth Houtart e Michel Vinck
concezione seconda scenografia Anne Masset, Vanina Bogaert, Sophie Ferro
direttore di scena Nicolas Olivier
tecnici per la creazione Gilles Brulard, Pierrot Garnier, Bruno Olivier
musiche George Frideric Handel, Antonio Vivaldi, Arvo Pärt, Michael Koenig Gottfried, John Cage, Carlos Paredes, Tchaikovsky, Jacques Prévert, Ligeti, Henryk Gorecki, George Gershwin
narratore Angelo Bison

produzione Charleroi Danses, manège.mons – Centre Dramatique
coproduzione
Les Théâtre de la Ville de Luxembourg con il supporto di Fédération Wallonie-Bruxelles e Wallonie Bruxelles International
in collaborazione con Fondazione Teatro Comunale di Bologna.

Michèle Anne De Mey è artista associata presso Charleroi Danses Centre chorégraphique de la Fédération Wallonie-Bruxelles

Durata 1h 30′

ch-d-logo-2line-right

Foto di Maarten Vanden Abeele

Kiss & Cry è la più originale creazione tra danza e cinema della scena europea degli ultimi anni. La firmano Michèle Anne De Mey, coreografa belga che dopo gli studi con Maurice Béjart lavora per molti anni con Anne Teresa De Keersmaeker, e Jaco Van Dormael autore e pluripremiato regista cinematografico per “Mr. Nobody” e “Dio esiste e vive a Bruxelles” di cui ha firmato anche la sceneggiatura insieme a Thomas Gunzig autore dei testi di Kiss & Cry (Michèle Anne De Mey firma le coreografie del film).

Cinema, danza, nanodanza, performance, bricolage di linguaggi e contaminazioni. Qualsiasi definizione diamo a questo spettacolo sarà sempre riduttiva rispetto alla meraviglia di una creazione originale e sempre nuova che si compie sotto gli occhi di chi guarda, intreccia sapientemente arti diverse e scardina il confine fra l’una e l’altra aprendo le porte all’immaginazione pura e alla magia di cui sono fatti solo i sogni, la poesia e i ricordi infantili.
Kiss & Cry è il risultato di collaborazioni eccezionali sia nella sua produzione che nell’incontro artistico tra individui e discipline: mette a confronto film, danza, parole, teatro e un brillante ‘fai da te’.
Mentre assistono a Kiss & Cry, gli spettatori sono invitati a guardare una performance coreografica assolutamente particolare e contemporaneamente a guardare un film fatto e proiettato sullo sfondo. Diversi codici si uniscono insieme: la vera scrittura cinematografica, la presenza scenica del teatro e il registro sensoriale della danza. La presenza sensoriale delle mani che si incontrano, accarezzandosi e toccandosi nella loro inquietante nudità arriva nello spettacolo; l’ambiente atipico in cui si muovono, fatto di case per le bambole e figure miniaturizzate, testimonia un lavoro di assoluta precisione.
Kiss & Cry è un lavoro ambizioso realizzato da un gruppo di persone che sconvolge i limiti tra le discipline artistiche per creare uno spettacolo proprio davanti ai tuoi occhi: diverso e unico ogni giorno.

La premessa alla base di Kiss & Cry è semplice, il tipo di semplicità che forgia racconti universali.
“Dove vanno le persone quando spariscono dalla nostra vita, dalla nostra memoria?” Questa è la domanda che perseguita una donna mentre aspetta sola al binario di una stazione.
Pensa a tutte le persone che sono scomparse dalla sua vita; persone che sono svanite nella foschia dell’esistenza.
Le persone che ha incontrato una volta e a cui non pensa più.
Le persone che ha sognato. Le persone che sono state spazzate via, strappate improvvisamente dalla vita da un colpo di destino e anche quelle che sono  state con lei per un po’ e quelle da cui si è separata a causa della stanchezza o della disillusione. “Dove sono? Persi nei profondi e bui recessi della tua memoria” conclude la voce fuori campo. Letteralmente un cassetto di memorie aperto.

La prima volta che si innamorò
durò tredici secondi
aveva tredici anni
sul treno in ritardo delle sedici e quindici
carrozza numero quattro
seconda classe
con ventisei passeggieri  a bordo
incluso un ragazzo di quattordici anni
che sarebbe partito per sempre al quindicesimo.
Stavano in piedi
strettamente vicini l’uno all’altra.
Il treno dovette frenare.
Lei si tenne stretta.
Lui si tenne stretto.
Le loro mani si toccarono.
Per lei, fu l’ultimo momento di luce diurna.
Non lo vide mai più.
Divenne buio per sempre. 

È impossibile ricordarsi la sua faccia. Non importa quanto duramente lei rovisti nelle profondità della sua memoria, non appare nulla. Lei non può vedere la sua faccia o  il resto del suo corpo, ma ricorda bene le sue mani: la grana della loro pelle, la loro morbidezza, il loro calore. Da adesso in poi avrà occhi  solo per le mani del suo innamorato:

Alcune erano come un frutto,
altre come uccelli morti
altre come piante rampicanti.
La rendeva triste.
Tutto quello che voleva erano delle mani che le ricordassero
nient’altro che mani, le stesse
della scatola chiusa nei recessi
della sua memoria.

Come tutti i ricordi chiusi in una scatola, nella storia in miniatura di Kiss & Cry l’umanità nella  sua interezza è stretta in un fazzoletto da taschino, a portata di mano. Perché richiamando la scena di apertura, le mani sono le protagoniste principali di questa storia, a cui danno una certa stranezza, tenerezza e divertimento.
La telecamera si avvicina più che può, attaccata alla finestra, esaminando con attenzione le entità: vite sotto una lente di ingrandimento. Uno potrebbe parlare della “retorica della lunghezza focale” dato che il lavoro nella profondità del campo è minuzioso e perpetuamente fragile.
Attraverso gli occhi del regista e l’azione dello schermo dove sono proiettate le immagini, lo spettatore avanza attraverso i diversi livelli di profondità di campo come se si muovesse dentro allo strato semantico dell’opera.
Per più di un’ora, comodamente seduti, gli spettatori vivono un viaggio da sogno che mescola la distanza, la temporalità e le diverse scale di grandezza.  La “narrazione aggiunta” si realizza dal vivo e contemporaneamente davanti agli occhi di ognuno (sul palco, sullo schermo e in teatro) crea l’effetto della lettura multipla: tutto allo stesso tempo, lo spettatore che si è preso il diritto di assistere, una telecamera che si muove tra le figure in polistirolo e un’entità superiore che osserva i danzatori, il regista e il cameramen impegnati a portare in vita quel piccolo mondo. Come il narratore in “Aleph”, abbraccia la formica e il mondo, il granello di sabbia e l’universo contemporaneamente, in un modo di cui anche gli autori di questa microcosmogonia sono ignari.
In questo spettacolo teatrale e cinematografico eseguito e miscelato dal vivo, la specificità di Kiss & Cry è che gli incidenti più piccoli, le più piccole esitazioni e i più insignificanti cambiamenti di tempo formano il carattere unico di ogni rappresentazione.
Siamo invitati ad essere testimoni privilegiati dell’esplorazione delle parti di questo meccanismo di sogni. La magia del “nanomondo” di Kiss & Cry è ricreata ogni volta dal vivo.

Eravamo in tre, poi quattro, poi cinque, poi sei…Jaco, Grégory, Michèle Anne, poi Thomas, poi Nicolas, poi Sylvie.
C’erano dei giochi, sabbia, terra.. case delle bambole, conchiglie.. plexiglas, specchi.. trenini elettrici.. C’era una telecamera, delle torce, luci natalizie.. C’erano delle mani danzanti.
C’era un attico pieno di cianfrusaglie raccolte da tutte le parti. I giochi dei bambini che erano cresciuti, materiali, tessuti preziosi.. Un negozio di meraviglie. E poi tavoli, uno schermo, una telecamera.
Eravamo in tre, poi quattro, poi cinque, poi sei .. E concordammo di incontrarci in questo attico. Quattro o cinque o sei di noi. E giocammo.. Lasciammo che il gioco e l’immaginazione prendessero il sopravvento. A volte le mani divenivano pesci in un acquario, a volte mondi capovolti prendevano forma. A volte scenari di inseguimenti nel deserto, e a volte parole scritte da Thomas comparivano e ci ispiravano.
Eravamo in tre, poi quattro, poi cinque, poi sei … Giocavamo, ballavamo, filmavamo sui tavoli.. In un attico, svariate piccole parole presero forma.. Bozze di lavoro per uno spettacolo in costante evoluzione. Dopo, eravamo in sette, otto, nove, dieci.. Julien sulle immagini, Bruno, Aurélie ecc.. E per produrre uno spettacolo basato sulla memoria, e aiutati dalle ricerche fatte nell’attico, tutti scrivevano e creavano – una sceneggiatura, un testo, una coreografia per le mani, scenari e modelli, luci e strumenti per il palco, una colonna sonora.. Come le cinque dita di una mano, quello che
ognuno di noi scriveva si univa per diventare una cosa sola: uno “spettacolo”.
Kiss & Cry è stato messo in scena per la prima volta il 20 marzo 2011 a Mons.

Kiss & Cry si distingue per il suo essere uno spettacolo atipico.
Perché gli spettatori guardano un lungometraggio fatto dal vivo.
Perché i personaggi principali sono della mani danzanti.
Perché le parole e i testi di Thomas risuonano in noi come musica e come una melodia che conosciamo e che ci parla, non come accade di solito.
Questo è quello che provo quando danzo e recito in Kiss & Cry, e confesso che questa è la più fantastica esperienza di creazione collettiva che io abbia mai fatto.
Grazie a tutti!

Michèle Anne De Mey

Coreografia polimorfa e plurivoca
In questo universo puoi muoverti da un mondo all’altro con sconcertante facilità: dal salotto all’oceano, dal circo al letto a baldacchino. Puoi cambiare dall’autunno all’estate con uno schiocco delle dita, il movimento delle mani. Mani appartenenti a Michèle Anne De Mey e Grégory Grosjean. Similarmente, il lavoro coreografico rende la luce un limite terreno, definendo l’attrazione e la pesantezza degli uomini. Questo “piccolo mondo” dà ai ballerini un’infinita quantità di libertà anatomica. In verità genera altre difficoltà dato che il polso ha solo una limitata gamma di movimenti, ma allo stesso tempo rende possibile una nuova scrittura coreografica. Michèle Anne De Mey e Grégory Grosjean si liberano dai codici della danza contemporanea senza nessun aggancio, al punto che tendono a mimare in un’evocazione della lingua dei segni. È una coreografia astratta mentre genera dei significati o dei significanti letterali.
Se le mani in movimento che stiamo osservando – a volte alla luce della luna, a volte illuminate dai lampioni – spesso diventano personaggi completamente separati  dalla funzione di identificatori antropomorfi, a volte si rivelano essere nient’altro che quello che sono: gli estremi organici del demiurgo che le anima. Essere che sono sicuramente incarnati, infastiditi  da domande e tormenti identici, soggetti anche alla confusione dei sentimenti. Le loro mani diventano perciò veicoli di sensualità: guardare, toccare, intrecciare. Carne che si combina insieme. Disposta nuda, completamente esposta, innestata, al contrario dei loro corpi che rimangono fantasmi e non sono rivelati. Questi ballerini notevoli si permettono di essere completamente nudi, senza stratagemma o trucco. Qui le mani diventano la metonimia di un corpo sempre più raramente mostrato in scena.
Kiss & Cry è un sogno collettivo, una composita parabola e una storia corale tutta in una perché questo spettacolo si basa principalmente sulla sua natura polifonica: la polifonia dei campi artistici narrati in parallelo (ballo, cinema, teatro degli oggetti, scrittura e recitazione), la polifonia degli universi  che si sostengono a vicenda senza fine, la polifonia delle sensibilità che si ripetono e che si passano il testimone in questa ricerca all’interno di memoria e origine. La gioia del dialogo nella creazione è palpabile in quest’opera collettiva dove le preoccupazioni personali danno spazio al progetto di gruppo. Generando un lavoro in coro che è alimentato dai più intimi universi di ogni persona.

Ivo Ghizzardi

eighteen_trasp

Biografie

Michèle Anne De Mey

Michèle Anne De Mey (Brussels-1959) è una coreografa belga che dal 1976 al 1979 ha studiato a Mudra, la scuola fondata da Maurice Béjart a Brussels. Ha portato la danza contemporanea in una nuova direzione con le sue prime coreografie­: Passé Simple (1981) e i duetti Ballatum (1984) e Face à Face (1986). Allo stesso tempo, ha lavorato con Anne Teresa De Keersmaeker per sei anni creando e interpretando molte delle sue coreografie, ossia Fase (1982), Rosas danst Rosas (1983), Elena’s Aria (1984) e Ottone, ottone (1988). Nelle sue creazioni è sempre stata molto importante la relazione tra danza e musica, ma la De Mey ha anche sempre coltivato un forte contenuto teatrale, e ha messo i danzatori in una relazione innovativa con gli spettatori. Nel 1990, ha fondato la sua compagnia e ha creato Sinfonia Eroica. Sono seguite altre quindici creazioni che hanno avuto un successo internazionale – tra queste Raining Dogs (2002), Utopie (2001), Katamenia (1997), Pulcinella (1994), Love Sonnets (1994), Châteaux en Espagne (1991) e Cahier (1995). Importante il suo contributo all’insegnamento (ad Amsterdam, all’INSAS di Brussels, al CNDC di Angers e all’école en couleurs). Per tre anni ha lavorato con i bambini all’école en couleurs sull’elaborazione di Sacre en Couleurs, una creazione presentata per l’occasione di Bruxelles/Brussel 2000. Il suo lavoro coreografico è stato il punto di partenza di molti film, come “Love Sonnets” e “21 études à danser” di Thierry De Mey, e “Face à Face” di Eric Pauwels. Usando la forza della musica per creare il suo universo coreografico, ha lavorato con rinomati compositori quali Thierry De Mey, Robert Wyatt e Jonathan Harvey. Per molti anni ha lavorato in stretta collaborazione con altri artisti come Simon Siegmann, Stéphane Olivier e Grégory Grosjean. Nel giugno 2006 ha ricreato una delle sue opere fondamentali degli anni ’90 – Sinfonia Eroica– per nove danzatori, che è stata replicata più di cento volte in tutto il mondo. Nel dicembre 2007 ha ricreato P.L.U.G, uno spettacolo completamente incentrato sul meccanismo dell’accoppiamento. Michèle Anne ha presentato Koma, un assolo per una danzatrice, al Made in Korea festival nel giugno 2009. L’assolo fa parte di una tetralogia insieme agli assoli di Sidi Larbi Cherkaoui, Arco Renz e Thomas Hauert. Neige ha aperto la Charleroi Danses Biennale nel novembre 2009 prima di andare in tour. Per il VIA festival nel marzo 2011 ha lavorato con Jaco Van Dormael e un gruppo che include Gregory Grosjean, Thomas  Gunzig, Julien Lambert, Nicolas Olvier e Sylvie Olivé su Kiss&Cry, uno spettacolo molto originale e ambizioso che mette a confronto cinema, danza, parole, teatro ed un brillante fai da te. Ha presentato il tuo ultimo lavoro Lamento nel maggio 2012, un assolo creato e messo in scena dalla danzatrice Gabriella Iacono basato sul “Lamento di Arianna” di Monteverdi.
Michèle Anne De Mey è un’artista associata a Charleroi Danses, il Centro Coreografico della Federazione di Wallonia-Brussels.

Jaco Van Dormael

Jaco Van Dormael è nato il 9 febbraio 1957 a Ixelles, Belgio e ha trascorso parte della sua infanzia in Germania. Dopo aver studiato cinematografia alla Louis-Lumière a Parigi e all’INSAS a Brussels, è diventato un regista teatrale per bambini e clown. Ha scritto e diretto molti cortometraggi romanzati e documentari – “Mae-deli-La-Breche” (1980), “Stade” (1981), “l’Imitateur” (1982), “Sortie de secours” (1983), “ È pericoloso sporgersi” (1984) e “De Boot” (1985) – prima di continuare a scrivere e dirigere tre lungometraggi: “Toto the Hero” (1991) con Michel Bouquet che ha vinto un premio  Caméra d’or al Cannes Film Festival, “The Eight Day” con Pascal Duquenne e Daniel Auteuil (1996) che ha vinto il premio per il miglior attore (ex aequo) a Cannes, “Mr. Nobody” ( 2009) con Jared Leto, Sarah Polley, Diane Kruger e Lin Dan Pham che ha vinto un premio al Venice Film Festival e tre premi alla cerimonia del Magrittes Award (miglior film, miglior regista e migliore sceneggiatura), insieme all’Audience Prize agli European Film Awards, “Dio esiste e vive a Bruxelles” (2015).
Jaco Van Dormael ha anche diretto per il teatro (Est-ce qu’on ne pourrait pas s’aimer un peu? con Eric De Staerke). Nel 2012 ha diretto la sua prima opera, Stradella di César Franck, per la riapertura dell’Opéra Royal de Wallonie a Liegi. Nell’atmosfera surreale delle sue produzioni, Jaco Van Dormael esplora il potere dell’immaginazione e il contribuito dell’infanzia. Ha sviluppato un proprio mondo poetico e ambizioso, con forme narrative non lineari. Vive con la coreografa Michèle Anne De Mey e ha due figlie, Alice and Juliette. Suo fratello Pierre Van Dormael (1952-2008) era un compositore ed un chitarrista jazz.

Grégory Grosjean

Dopo aver studiato al Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi, Grégory ha iniziato la sua carriera nella danza classica con varie compagnie in Spagna, Belgio, Scozia e Giappone. Nel 2001 si è unito a Michèle Anne De Mey, lavorando con lei a sei nuove opere come danzatore e consulente artistico. Tra queste: Utopie, Raining Dogs e 12 easy waltzes in un duetto con Michèle Anne e, più recentemente, la creazione collettiva Kiss & Cry.

Nicolas Olivier

Dopo aver studiato pittura dal ‘75 ai primi anni del ’90, Nicolas Olivier si è laureato in progettistica di scena e direzione di scena alla INFAC. L’incontro con il direttore di scena Daniel Scahaise nel 1993 ha segnato un punto di svolta cruciale per la sua carriera. Tra il 1993 e il 1999 ha fatto esperienza come direttore delle luci, affinando le sue capacità. Collaborazioni rilevanti sono state quelle con Pascale Vyvere, Pierre Aucaigne (Momo), Toots Thielemas e Stephane Steeman. Dal 1999 al 2013 ha lavorato come direttore delle luci prima e poi come stage manager a Charleroi Danses. In questo periodo ha collaborato assiduamente con Frédéric Flamand, Wim Vandekeybus, Mossoux-Bonté, Michèle Anne De Mey e Jaco Van Dormael a spettacoli come Kiss&Cry e Neige.
Attualmente libero professionista, fa parte del Groupe Entorse che crea spettacoli ibridi, composti da danza, musica e illuminazione. Ha firmato il progetto luci dell’opera Stradella di César Franck messa in scena da Jaco Van Dormael per la riapertura dell’Opéra Royal de Wallonie.
In teatro ha collaborato a Lettre à Cassandre di David Strosberg e a Les 1001 nuits diretto da Dominique Serron. Ha da poco collaborato come disegnatore di scena e delle luci, con il
I suoi disegni luce sono più costruzioni architettoniche  che design di scena in senso stretto: Olivier dimostra continuamente il suo interesse verso l’incontro tra corpi, ballo, voce, video, architetture e diverse discipline di arte dello spettacolo.

Thomas Gunzig

Nato a Brussels nel 1970, si è laureato con un diploma in scienze politiche (relazioni internazionali). Ha intrapreso la sua carriera da scrittore con una collezione di racconti brevi intitolata “Situation instable penchant vers le mois d’août” che ha vinto il Premio studenti della città di Brussels nel 1994. Questa è stata la prima delle sue svariate pubblicazioni e il primo dei premi letterari ricevuti. La sua scrittura da quel momento si è diversificata: dai racconti brevi è passato ad una novella (“Mort d’un parfait bilingue”, Premio Rossel 2001), e dalla radio fiction ai libri per ragazzi (“Nom de code: Superpouvoir”, 2005), e al teatro musicale (“Belle à mourir”, messo in scena a Le Public nel 1999).

×

www.charleroi-danses.be/fr/