di Jeton Neziraj
regia Blerta Neziraj
attori Bajrush Mjaku, Adrian Morina, Anisa Ismaili, Adrian Aziri, Ernest Malazogu
musicisti Susanna Tognella (violino), Gabriele Marangoni (armonica)
consulenza artistica e drammaturgica Ilir Gjocaj
coreografie Arthur Kuggeleyn
musiche composte da Gabriele Marangoni
scene e costumi Susanne Maier-Staufen

Qendra Multimedia, Prishtina

Durata 1h 30’

Prima nazionale
Spettacolo in albanese con sottotitoli in italiano

Jeton Neziraj è un personaggio imprescindibile della scena teatrale balcanica. Drammaturgo trentacinquenne con un recente passato di direttore del Teatro Nazionale del Kosovo, già autore di numerose pièce tradotte in più di quindici lingue e messe in scena in numerosi Paesi europei e oltreoceano, Neziraj ha firmato anche molti articoli politici e culturali pubblicati dalla stampa nazionale e internazionale. Infine, Neziraj è il fondatore e direttore di Qendra Multimedia, una compagnia di produzione culturale con sede a Prishtina, che a VIE 2012 aveva presentato al Teatro Fabbri di Vignola il bellissimo Patriotic Hypermarket.
Questo testo parla di uno degli avvenimenti politici globali più significativi del nostro secolo, la nascita dello stato del Kosovo. Dopo quasi dieci anni dalla fine della guerra, il Kosovo ha dichiarato nel 2008 la sua indipendenza diventando lo stato più giovane al mondo. Lo spettacolo è una vera è propria ‘play within the play’: un regista e la sua compagnia stanno provando Aspettando Godot quando ricevono una visita dal segretario del Primo Ministro. Alla compagnia viene commissionato uno spettacolo sulla dichiarazione d’Indipendenza – non ancora avvenuta – con temi scelti direttamente dal Primo Ministro. Due le sfide più grandi che la compagnia si trova ad affrontare: da un lato alcune richieste ‘estetiche’ affinché la pièce sia ‘politically correct’, dall’altro il fatto che la performance deve contenere il discorso del Primo Ministro del Kosovo ancora non redatto. Per quasi tutta la durata delle prove la compagnia non è a conoscenza né della data della dichiarazione d’Indipendenza né del discorso del Primo Ministro. In un’attesa quasi beckettiana, il tecnico della compagnia porta avanti un progetto parallelo: realizzare una trasvolata aerea lanciando volantini con scritto “Riconoscete il Kosovo”. Il drammaturgo Jeton Neziraj e la regista Blerta Neziraj denunciano con One Flew over the Kosovo Theater il controllo politico nell’allestimento delle loro pièce,  facendo emergere un ritratto amaro del nuovo Kosovo che, provato e devastato dalla guerra, dalla povertà, dalla corruzione e dalle infinite tutele di missioni internazionali, tenta di cercare la propria strada nel futuro.

www.qendra.org

Leggi l’approfondimento di Anna Maria Monteverdi

Leggi l’intervista esclusiva a Jeton Neziraj di Margarita Russolello

Intervista esclusiva a Jeton Neziraj: politica Kosovara e Teatro Balcanico

Margarita Russolello, tirocinante per il festival “Between the Seas” (BTS), ha intervistato Jeton Neziraj, autore di One Flew over the Kosovo Theater (Qualcuno volò sul Teatro del Kosovo), prima del suo debutto in Nord America in occasione dell’edizione 2014 del BTS.

Ci parli di One Flew over the Kosovo Theater. Qual è stata la sua fonte d’ispirazione?
Negli ultimi anni ho partecipato attivamente alla “battaglia” per la liberazione del teatro Kosovaro dai vincoli della politica, che ha usato e continua a usare il teatro per le proprie esigenze e per altri fini non legati all’attività teatrale. La commedia One Flew è ispirata a diverse mie esperienze personali. Al di là dell’“euforia nazionale” per la nascita del nuovo Stato, la mia opera tenta di mettere il pubblico di fronte agli ostacoli che il Kosovo sta affrontando e affronterà in futuro, per mostrare quanto lunga è la strada verso la sovranità e la liberazione da ideologie nazionalistiche, cercando di creare un clima di vera democrazia.
Per questo motivo il governo Kosovaro ha cercato di censurare questo lavoro. Poi, grazie all’intervento di alcuni ambasciatori in Kosovo non si è arrivati a quel punto. Forse non è il momento di approfondire, ma diciamo che la “commedia” che ha avuto luogo per poter presentare l’opera al pubblico di Pristina, è stata ancor più ironica e paradossale degli eventi messi in scena all’interno dell’opera stessa.
Ancor prima che debuttasse, l’opera iniziò già ad essere criticata e definita “antipatriottica”. Conosco bene questo tipo di retorica e non mi ha fatto davvero nessun effetto. Però bisogna anche dire che il resto del pubblico, la maggioranza, ha accolto molto bene l’opera. L’applauso alla fine della prima al Teatro Nazionale il 5 Dicembre del 2012 ha superato le nostre aspettative. E’ stata accolta bene anche a Tirana, Skopje, Belgrado, e in tutti gli altri posti in cui è stata presentata. A Belgrado i critici hanno scritto che “questo lavoro dimostra come l’indipendenza del Kosovo sia diventata una realtà”. Naturalmente, tra il pubblico Kosovaro, qualcuno è rimasto un po’ “turbato” poiché ha pensato che, fare dell’ironia su “l’evento più glorioso nella storia del Kosovo”, la proclamazione dell’indipendenza, sia stato “troppo”.

In che modo la situazione sociale, politica ed economica del Kosovo ha influenzato il suo lavoro, in particolare la proclamazione dell’indipendenza dalla Serbia?
Ovviamente, gli importanti sviluppi politici e sociali che hanno interessato il Kosovo negli ultimi anni hanno influenzato in maniera diretta il mio lavoro di autore. Alcuni di questi sviluppi si riflettono direttamente sui miei lavori (come in One Flew over the Kosovo Theater e in altre opere). In alcune delle mie opere questi avvenimenti hanno influenzato, in qualche modo, il mio modo di scrivere, il mio stile. Ritengo che adesso le mie opere si siano liberate da quel “pathos”, quell’ “oscurità”, quella “disperata drammaticità” che ha dominato i miei primi lavori.

Come sono state accolte le sue opere in Kosovo? Hanno avuto un impatto sulla società o prodotto un cambiamento culturale?
Le mie opere sono state per lo più ben accolte in Kosovo, almeno credo. Non saprei dire con esattezza quale sia stato il loro effetto sulla società Kosovara. Ma so che la maggior parte di esse (soprattutto le ultime) hanno aperto un ampio dibattito.

So che quest’ultimo lavoro è stato tradotto in molte lingue e presentato in molti paesi in giro per il mondo. Quali sono state le reazioni, uguali o diverse, del pubblico nei vari paesi? Ha notato qualche tendenza nelle reazioni della gente al suo lavoro?
Sebbene sia stata scritta meno di due anni fa, l’opera è già stata tradotta in sei lingue, ed è stata presentata in diversi paesi europei. E in altri paesi verrà presentata nei prossimi mesi, incluso lo spettacolo a New York, per il quale sono molto curioso.
Le reazioni sono state piuttosto diverse. A Pristina, come dicevo prima, l’opera è stata quasi censurata dal governo Kosovaro. A Kragujevac, in Serbia, è stata necessaria la presenza di poliziotti prima e durante lo spettacolo. Comunque il pubblico ha reagito molto bene ovunque. La migliore recensione da parte della critica è arrivata dalla Serbia.

Per quanto riguarda l’ultima parte della domanda: è difficile parlare di “tendenza” nel modo in cui il pubblico accoglie uno spettacolo teatrale nei Balcani, ma in generale sembra che la gente, in queste zone, si sia stancata dei “grandi temi nazionali” che hanno dominato la scena teatrale in tutti questi anni. La gente vuole vedere tematiche nuove, e soprattutto vuole un teatro bello dal punto di vista estetico. “Pièce bien faite”, come direbbero i francesi. L’unica tendenza che mi pare di aver colto è il desiderio di un teatro di qualità.
Ritiene che si parli di sé come rappresentante del teatro Kosovaro, nell’ambito newyorchese e statunitense delle arti performative? Sente che la cultura, la storia e l’identità del suo paese vengono capite dal pubblico statunitense? Perché o perché no?
Purtroppo il mio lavoro è stato presentato molto poco in America. Ma spero che piano piano l’interesse aumenti. Detto ciò, ho l’impressione che, diversamente da quel che accade in Europa, il pubblico lì sia più pigro e voglia vedere per lo più opere teatrali “facili”, che non lascino dubbi o domande una volta terminato lo spettacolo. Forse mi sbaglio.
Sfortunatamente gli avvenimenti politici hanno dominato le poche opere Kosovare presentate negli Stati Uniti. Lì, ma anche in Europa, quando si parla del Kosovo si pensa subito alla guerra, la NATO, i problemi interetnici tutt’ora esistenti tra Serbi e Albanesi. Il nuovo Stato del Kosovo non ha ancora creato un’infrastruttura che permetta di promuovere la cultura Kosovara all’estero. Quasi tutta l’attenzione e le energie vengono dedicate alla battaglia politica per ottenere il “riconoscimento internazionale” dell’indipendenza del Kosovo. A parte questa guerra diplomatica, non c’è praticamente nulla. In queste condizioni non possiamo aspettarci che il pubblico straniero (quello di New York per esempio) sappia granché di noi.

In cosa il suo lavoro è simile e/o diverso dal lavoro di artisti provenienti da Serbia, Albania, Macedonia, Bosnia, Croazia, e il resto della penisola balcanica, in termini estetici e di contenuto?
Per quanto riguarda la drammaturgia albanese, la conosco e so che le mie opere differiscono per alcuni aspetti essenziali (in termini estetici e di contenuto) da quelle scritte lì. E in generale le differenze tra Kosovo e Albania sono evidenti in tutta la drammaturgia albanese, nonostante in entrambi i casi la lingua usata sia la stessa. Questo perché Kosovo e Albania negli ultimi 50 anni hanno vissuto in condizioni sociali ed economiche diverse.
Credo che, in qualche modo, il mio lavoro sia un po’ più vicino a quello dei miei colleghi provenienti da altre parti dell’ex Jugoslavia (Serbia, Croazia, Macedonia, ecc.). Questo perché le esperienze politiche e sociali vissute in quei paesi negli ultimi 50 anni sono molto simili a quelle del Kosovo – incluse le guerre degli anni 90.

Lei è stato Direttore Artistico del Teatro Nazionale del Kosovo per qualche tempo. Qual è stato il risultato più importante raggiunto durante la sua permanenza lì, e perché ha deciso di andarsene e iniziare a lavorare con Qendra?
In realtà al Teatro Nazionale sono stato licenziato dal governo del Kosovo, alla fine del mio terzo mandato nel 2011. Se dovessi indicare un motivo, direi che mi hanno mandato via per le mie posizioni critiche e anti-nazionalistiche, e perché facevo di tutto per evitare che il teatro venisse usato come strumento politico.
La storia della mia rimozione dal posto di Direttore Artistico del Teatro Nazionale è stata preceduta dal mio coinvolgimento degli ultimi anni nell’ambito della cooperazione interculturale regionale, soprattutto con artisti Serbi.
All’inizio del 2011, il Teatro Nazionale fu invitato a presentare una sua produzione teatrale a Belgrado, al teatro Atelje 212. Ero una delle poche persone che voleva che questo accadesse. La mia determinazione fu seguita da una campagna mediatica aggressiva, che dipingeva me e i pochi altri sostenitori come “Jugo-nostalgici” e “traditori dell’interesse nazionale”. Il governo Kosovaro negò, ufficiosamente, il consenso di presentare la produzione venisse a Belgrado. Credo che in quel caso si sia persa un’occasione storica.
Per quanto riguarda i miei risultati al Teatro Nazionale, posso descriverli brevemente – nel periodo in cui sono stato lì si è avuto un aumento di circa il 150 % del numero di spettatori rispetto all’anno precedente; io ho spinto verso l’apertura del teatro a collaborazioni internazionali, inclusa la partecipazione a festival internazionali fuori dalla penisola (non c’erano state opportunità del genere prima). E, soprattutto, ho cercato, e in qualche modo ci sono riuscito, di rivedere il repertorio e l’estetica delle produzioni, concentrandomi di più sulla drammaturgia moderna.

Adesso è Direttore (wow!) del Qendra Multimedia Institute. Ci parli degli obiettivi del Qendra e quali risultati vorrebbe raggiungere lì.
Qendra Multimedia produce attività culturali che affermino e stimolino processi mirati alla riconciliazione regionale, che facciano avanzare i diritti dei gruppi emarginati e che contribuiscano alla democratizzazione della regione. Affrontando tematiche che vengono considerate delicate e tabù, vogliamo creare in Kosovo, e nella regione, uno spazio per il dibattito, la riflessione e la partecipazione.
Ci concentriamo soprattutto su progetti Balcanici, ma anche Europei. Abbiamo rivolto la nostra attenzione principalmente al teatro contemporaneo. Produciamo uno o due spettacoli l’anno, e li presentiamo in Kosovo e in giro per l’Europa presso vari festival internazionali.
Qendra, praticamente unico nel suo genere in Kosovo, ha intrapreso e stimolato la collaborazione culturale con artisti e organizzazioni serbe. I nostri spettacoli teatrali sono state le prime opere Kosovare presentate nei teatri Serbi negli ultimi 20 anni.
Durante gli ultimi anni le nostre produzioni teatrali hanno iniziato ad attirare l’attenzione di molti festival europei, cosa di cui sono molto orgoglioso.

Quale crede sia il ruolo del teatro nella produzione del discorso politico, della cultura visiva e del modo in cui le persone recepiscono, consumano, o interagiscono con la cultura in modo olistico? Qual è il ruolo dell’artista in tempi di crisi sociopolitica?
Quello che ho capito negli anni attraverso il mio lavoro di autore teatrale e attivista culturale è che, in tempi di crisi sociopolitica, il teatro ha una responsabilità ancora più grande. Il teatro non può rimanersene lì, comodo, come se fosse stato esonerato dalla crisi. Deve diventare parte della soluzione, dando voce alle vittime, a coloro che non hanno potere, agli indifesi e agli emarginati. Questa responsabilità nulla toglie al ruolo del teatro – al contrario lo rende funzionale. Il teatro dovrebbe essere quell’opposizione che manca ad ogni regime. Il teatro è quella voce che manca in una società.

So che nei suoi lavori ha spesso portato sul palcoscenico le violazioni dei diritti umani, soprattutto quelli legati alla migrazione forzata e al razzismo verso i Rom nell’Europa moderna. Cosa pensa dell’immigrazione e del razzismo negli U.S.A.?
Proprio per il ruolo fondamentale dell’America nell’espulsione dal Kosovo delle forze criminali di Slobodan Milosevic, si sa che gli Albanesi, in Kosovo quanto in Albania, siano i più filoamericani sulla faccia della terra. Sono più filoamericani degli americani stessi. Questo filoamericanismo, sebbene suoni piuttosto naif, ha origine in qualcosa di completamente umano; il popolo Kosovaro è grato all’America per aver fermato la pulizia etnica in Kosovo e per aver permesso a quasi un milione di persone di tornare a casa.
Ho fatto questa premessa per spiegare perché molta gente qui vede l’America come “la culla dei diritti umani” e come il luogo in cui “nasce la democrazia”. Per queste ragioni tutti i nostri discorsi ufficiali legati all’America si basano su questi paradigmi. Ma, naturalmente, le persone ben informate sanno che i problemi dell’America col razzismo, in realtà, sono probabilmente maggiori che in Europa. Lei ha citato la mia opera sulla comunità Rom, “Yue Madeleine Yue”. Questo pezzo è stato letto qualche mese fa al John Jay College di New York, e io sono stato lì per parlare dell’opera con un pubblico costituito principalmente da studenti immigrati. Sebbene la maggioranza non sapesse davvero chi fossero i Rom, aveva una certa familiarità con le esperienze razziste dei miei personaggi Rom.

Pensa che gli artisti del Teatro Balcanico abbiano una forte identità Mediterranea? Si sente legato alle arti e alla cultura del Mediterraneo? Perché o perché no?
Le guerre nell’ex Jugoslavia hanno fatto sì che l’Europa operasse una divisione ingiusta, isolando i Balcani in quanto “zona calda” (per essere politicamente corretti bisognerebbe riferirsi ai Balcani come “Europa Sudorientale”), ed è stata stigmatizzata come regione “problematica”, “sanguinaria”, popolata da “teste calde”. Il termine “ballkanas” (albanese per “nativo dei Balcani”) ha assunto dei tratti quasi razzisti; qualcuno, infatti, ci chiama “ballkanas” per ricordarci che non siamo Europei e non abbiamo niente in comune con l’Europa, quindi siamo “gli altri”, “i diversi”, e di conseguenza “i violenti”.
E in questo modo, noi stessi, nativi dei Balcani abbiamo iniziato ad alimentare gli stereotipi su di noi. I Balcanici tendono ad enfatizzare la propria identità balcanica perché pensano che parlare di un’altra identità, quella Mediterranea per esempio, sembrerebbe troppo ambizioso, come a voler nascondere la propria vera identità, quella balcanica appunto. E’ il mio pensiero naturalmente.

Lei partecipa a qualche evento paneuropeo o Mediterraneo? È in contatto con i suoi colleghi Mediterranei?
Certo. Io vado a moltissimi festival in Europa, sia in qualità di spettatore sia per presentare le mie produzioni teatrali. Cerco di contribuire allo sviluppo delle politiche culturali in Europa, ma anche delle politiche di riconciliazione tra i popoli balcanici e quelli più lontani.
Inoltre sono sempre in contatto con i miei colleghi autori e operatori teatrali provenienti dai paesi del Mediterraneo, soprattutto dall’Italia, dalla Grecia, dai paesi dell’ex Jugoslavia.

Cosa pensa del futuro del Kosovo, artisticamente e politicamente parlando? E dell’area Balcanica? E dell’area Mediterranea?
Io sono un incorreggibile ottimista. Sono veramente ottimista riguardo al Kosovo e sono convinto che la penisola abbia davanti a sé un futuro brillante. Un mio amico, un filosofo, diceva che le guerre degli anni 90 nei Balcani sono state “un grande incidente storico”. Per questo dico che, a prescindere dai vari conflitti, la regione ha anche una storia, ben più lunga, di coesistenza pacifica. La speranza di una pace a lungo termine esiste. E questa speranza, con tutti i suoi ostacoli, si sta intensificando.
Lo stesso vale per l’arte. Oggi, in Europa, c’è un insolito interesse nei confronti dell’arte proveniente dai Balcani, che è più vivace, più fresca, e più colorata, proprio come i Balcani, e come il Mediterraneo.

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